Premessa
La canapa appartiene alla filiera dell’ agro-alimentare perché è un prodotto della terra, per quanto attiene alla coltivazione, e perché, in seguito a diversi processi di trasformazione, trova applicazioni sul piano alimentare. Gli usi sono molteplici e si estendono anche ai settori sanitario, urbanistico, ambientale e socio-culturale. E in queste applicazioni interferisce coi diversi settori della vita produttiva, economica e commerciale incrociando quindi anche problematiche dell’azienda e del mercato.
Un po’ di storia
La canapa ha una lunga ed evolutiva storia, che si è intrecciata con la scienza, con la ricerca con l’antropologia, con l’alimentazione, con la cura della salute. Dell’ “oro verde” ne parlano Erodoto nelle “Storie”, per il quale gli Sciti s’inebriavano al profumo dei semi tostati su lamine incandescenti; è citata da Galeno, Columella nel “De re rustica”, Palladio in “I quattro libri dell’architettura”, Plinio il vecchio nella “Naturalis Historia”. Secondo Erodoto gli Sciti la diffusero nel 1600 a.c. in diversi paesi europei. Si diffuse poi in tutto il pianeta, in Africa, nelle Americhe. In Italia fu coltivata in Piemonte, dove si generarono semi Carmagnola e Fibranova. Si diffuse in Emilia-Romagna, dove la provincia di Ferrara si collocherà al primo posto nazionale, come produttore di canapa.
Tra i moderni è citata da Pascoli, Gozzano, Viani, Bacchelli nel “Mulino del Po” e scrittori stranieri, come Rabelais nel “Gargantua”, Dumas nel “Conte di Montecristo”, Pasternak nel “Dottor Zivago”, Montesquieu, Goethe , Baudelaire, per ricordarne solo alcuni.
È una storia antichissima. Recenti studi hanno accertato presenza di piante nel lago Albano già nel 11950 a.C. Fibre di canapa, risalenti all’8000 a.C., sono state trovate in una grotta della Romania.
In tempi remoti era coltivata in Cina e nelle zone sudasiatiche (Romania, Afghanistan, Bulgaria), dove già nel 3000 a.C. i semi e le radici della cannabis erano destinati al consumo alimentare e ad un uso terapeutico. L’utilizzo come medicinale continua anche nel Medioevo, com’è testimoniato dalle opere di Ildegarda di Bingen.
Dalla fibra di canapa fin dai tempi antichi furono ricavati canapi e vele usati dai romani per le loro navi; nel Medioevo dalle Repubbliche marinare e dalle varie spedizioni per le scoperte del nuovo mondo, soprattutto delle Americhe.
La sua coltivazione quindi si diffuse anche nelle negli Stati Uniti e gli stessi presidenti George Washington e Thomas Jefferson possedevano aziende, nelle quali si coltivava la canapa. In Italia, nel Piemonte, già nel 1617 fu fondata la prima fabbrica moderna di cordami di canapa. In Campania la canapa era ugualmente usata fin dai tempi antichi. Essa ha segnato la storia produttiva, alimentare, economica, ambientale e socio-culturale della nostra regione, della provincia di Terra di Lavoro e dell’Italia intera.
Nell’entroterra di Napoli era macerata prima nel fiume Sebeto, che Carlo I d’Angiò aveva destinato alle coltivazioni del lino e della canapa, e poi nei Campi flegrei, nel lago di Agnano, dove la macerazione fu trasferita da Alfonso I d’Aragona.
Abbandonate le zone napoletane la coltivazione si diffuse poi nella provincia di Terra di Lavoro, dove la produzione si collocò al secondo posto sul piano nazionale. L’Italia invece divenne il secondo produttore mondiale della canapa dopo la Russia.
Nel 1950 la quantità di produzione della canapa in Italia raggiunse la ragguardevole cifra di circa 800.000 quintali di fibra. Nella Provincia di Caserta, nello stesso anno, si arrivò a produrne 157.000 quintali e nella sola Marcianise, il maggior centro di lavorazione della canapa, 25.000 quintali, ricavati dalla coltivazione del 60% del totale del terreno.
Il 55% di questa produzione andava ad alimentare l’industria del Nord d’Italia come il Linificio e Canapificio Nazionale di Milano e la Manifattura Lombarda Lino e Canapa. La rimanente parte era comprata dalle industrie locali di Sarno e di Frattamaggiore, le quali vi ricavavano semilavorati e cardati destinati ai mercati nazionali. Il 25% della produzione provinciale era destinata invece ai mercati esteri, come quelli tedeschi, norvegesi, austriaci, belgi e svizzeri.
Va riconosciuto a merito della nostra provincia il fatto che alcuni imprenditori agricoli hanno messo a disposizione loro terreni per la semina e per la ricerca. Ad esempio l’AgriKenaf Volturno realizzò ad Alife un impianto per la trasformazione degli steli di Kenaf, appartenente alla famiglia della canapa, società che ricevette nel 2007 il premio Impresa-Ambiente per l’utilizzo delle produzioni in campo edilizio e per la sostenibilità ambientale.
Nel 2009 nella città di Caivano sono stati seminati a canapa 2 ettari di terreno per promuovere, insieme al CNR e all’Università degli Studi di Napoli Federico II, una ricerca per l’estrazione dei biopolimeri dalla canapa (CNR); ricerche estese alla parte legnosa usata quindi per l’isolamento termico degli edifici (Università Federico II di Napoli), iniziativa, che in verità incontrò varie difficoltà ed ostacoli, soprattutto di natura burocratica, tanto che finì in liquidazione.
Scienza, cultura e religione
Il più antico trattato sul consumo alimentare e sull’uso terapeutico della canapa fu scritto in Cina nel 2737 a.C.. I cinesi del II-I sec. a.C. studiarono la fibra e ricavarono da essa la cellulosa e quindi la carta. Nel 1700 Benjamin Franklin seguì l’esempio cinese, studiò la canapa e fondò nelle colonie inglesi d’America l’industria della carta. La dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776 fu stampata su carta di canapa. Precedentemente la stessa Bibbia fu stampata nel 1453 da Gutenberg pure su carta di canapa.
Ha interagito con diverse religioni, da cui era considerata una pianta sacra, ma anche medicinale ed alimento. Siddartha Gautama, prima di iniziare la predicazione come Budda, si nutrì per anni di semi di canapa. Per gli Induisti la canapa curava insonnia, dissenteria e febbri. Gli antichi cristiani di Etiopia ed Egitto, del Medio Oriente, secondo Ezechiele, dalla canapa ricavavano incensi ed oli per unzioni e cura della pelle. Zaratustra la considerava un medicinale. Per gli scintoisti giapponesi proteggeva dagli spiriti maligni.
La scienza moderna si è dedicata molto allo studio della canapa soprattutto a partire dal ‘700: Carlo Linneo classificò per primo la Cannabis sativa, quella coltivata per uso industriale; Baptiste Lamark scoprì la Cannabis indica, quella che possiede invece principi psicotropi. Successivamente le due qualità si sono unite ed oggi di questa stessa specie delle cannabinacee si fa la differenza tra canapa per usi industriali e canapa con le infiorescenze per usi creativi e terapeutici.
Ricerche recenti sono state fatte da diverse università: Bologna, Modena e Reggio, Firenze, Torino, Roma, Bari, a Napoli l’Università “Federico II” sta studiando microgreens di canapa, piantine giovani, raccolte tra i 7 ed i 21 giorni dalla germinazione, perché sono ricche di principi nutrienti, utilizzati per estratti, frullati e integratori alimentari.
Con gli studi più recenti la canapa è stata introdotta quindi nel campo della nutraceutica, scienza che studia alimenti benefici per la salute.
La crisi e la ripresa della coltivazione
Dagli anni sessanta si è assistito ad un lento declino della lavorazione della canapa.
Le cause vanno cercate nello sviluppo della fibra sintetica a lavorazione industriale, ma soprattutto nell’abbandono del mercato italiano da parte di società, che commercializzavano il prodotto e nell’assenza di politiche di sostegno e di ammodernamento tecnologico del processo lavorativo.
Con la Legge del 1975,unica in tutta l’Europa, la canapa fu assimilata agli stupefacenti e quindi scomparve del tutto.
Tramontava una delle fibre tessili che, da tempo immemorabile, aveva avuto un peso non indifferente nell’economia italiana e che aveva caratterizzato usi, costumi, tradizioni di una delle zone più laboriose della Campania, quella di Terra di Lavoro.
L’economia della provincia subiva un colpo molto pesante con il tramonto della lavorazione della canapa. Perdevano lavoro gli addetti alla macerazione, alla stigliatura, alla pettinatura, i lavoranti a giornata e i braccianti. Chiudevano le imprese artigiane di falegnami, di sellai, di funai, di stagnini, di fabbri.
Grave fu però soprattutto la crisi di quel vasto tessuto di medie e piccole attività economiche, collegate alla produzione della canapa e che assicuravano il lavoro a numerose famiglie sia nel settore tessile che nel settore artigianale in generale.
Rispetto a primi tentativi di ripresa della coltivazione si sviluppò negli anni ‘90 una campagna commerciale e di stampa denigratorie, con films, che rappresentavano persone drogate, perché avevano assunto sostanze psicotrope riconducibili alla pianta di canapa.
Negli anni finali del Novecento il ritorno da parte di molti giovani alla terra, nelle forme sia di un impegno per la valorizzazione delle risorse naturali ed ambientali sia di una pratica produttiva, è il segnale di un’inversione di tendenza ,che va incentivato e che, utilizzando moderne tecnologie, potrà concretizzarsi nella ripresa di antiche e nuove colture.
Lentamente si è ripresa quindi a coltivarla grazie prima alla circolare min. n. 0734 del 2 dicembre 1997 , quindi con la legge 242/2016 nazionale e in Campania con la legge regionale 2144 del 2017. Questo processo è stato accompagnato dall’ innovazione tecnologica, che ha messo a disposizione del processo produttivo macchine sgranatrici, vagliatrici, taratrici, trasformatori di paglie di canapa.
In Italia sono sorte 3000 aziende con 40000 addetti ed un fatturato di 160 milioni di euro. Entro dieci anni si prevede un fatturato di 30 miliardi con entrate nelle casse dello Stato di diversi miliardi di euro.
Ma problemi non mancano mai in Italia.
Un primo problema sorse quando il 1 ottobre 2020 il ministro della Salute emise un decreto col quale inserì il cannabidiolo (CBD) nella tabella dei medicinali stupefacenti. Ci furono proteste da parte di aziende, di associazioni, di coltivatori, che contribuirono a chiarire il problema e quindi il decreto fu sospeso.
Bisognava colmare però il vuoto legislativo relativo alle infiorescenze, che possono avere effetti psicotici. La lacuna fu sanata dalla normativa europea e dalla sentenza C-793/22 della Corte di Giustizia Europea, che autorizzò la coltivazione e la vendita di infiorescenze con un contenuto di THC entro il limite dello 0,2%, e con una tolleranza dello 0,6%. La pianta venne infatti ritenuta un prodotto agricolo nella sua interezza e destinata quindi ad usi industriali.
Nel 2023 e nel 2024 però il governo italiano puntò di nuovo ad inserire il cannabidiolo (CBD) tra i medicinali psicotropi, elencati nel Testo Unico sulle Sostanze Stupefacenti, ma i provvedimenti adottati furono sospesi dal TAR per l’assenza di esami scientifici del prodotto.
L’iniziativa legislativa fu ripresa l’anno successivo e con il ddl sicurezza, ovvero il decreto-legge n. 48/2025, convertito in legge n. 80 del 9 giugno 2025, all’articolo 18, è sancito il divieto di commercio, trasporto e possesso delle infiorescenze di canapa e vengono riconosciute soltanto le coltivazioni rivolte alla produzione del seme, che costituisce solo il 10% del prodotto e quindi il restante 90% rischia di dovere essere distrutto.
Ci auguriamo che il problema si risolva al più presto. Altrimenti si rischia di distruggere tutto quel sistema produttivo, nato dopo la legge 242/ 2016 e la stessa ricerca scientifica, che in questi ultimi anni ha indagato sui principi attivi delle piante officinali, da destinare all’uso industriale, sarebbe vanificata.
Canapa sativa Italia, Feder canapa ed altre associazioni impegnate nella promozione della filiera canapicola, oltre ad organizzare azioni di protesta con i canapicoltori, si sono rivolte anche al mondo universitario, ai ricercatori , a tutto il mondo scientifico perché intervengano a chiarire questa problematica.
(*) In copertina foto storica che raffigura la lavorazione della canapa, dove alcuni contadini immergono i fasci di canapa nella vasche (fonte web)
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