L’antica Cales

Al km 187, la Casilina taglia in due parti l’antica Cales, oggi Calvi Risorta. A sud, in aperta campagna, i resti della città romana: il teatro, l’anfiteatro, le terme centrali e quelle di San Leo, il tempio esastilo, il Castellum Aquae e i resti dell’Arco di trionfo, della Palestra, delle insulae e della basilica paleocristiana di San Casto Vecchio. A nord, sempre al Km 187 della Casilina, la Calvi Medioevale con il Castello, la cattedrale romanica, il seminario apostolico, le grotte affrescate dei Santi e delle Formelle. È stata definita da Strabone «Urbs egregia» e da Polibio (Storie III) e Cicerone (Contro Rullo) «Civitas magna». Orazio celebra il suo vino, Catone i suoi attrezzi agricoli, Plinio le sue acque. Ebbe una propria palestra, un proprio acquedotto, una propria moneta e numerosi templi, santuari e officine per la produzione di coroplastica (patere, gutti, medaglioni e terrecotte).

Cales è stata la prima colonia romana di diritto latino in Campania e nel III sec. a. C. diventò la capitale della Campania romana. Era una città maestosa. Il Cerbone suppose che Cales contasse 22 mila famiglie per un totale di 66 mila abitanti. E poi fu fondata prima di Roma, almeno duemila anni prima di Cristo. Virgilio infatti, nel VII libro dell’Eneide, afferma che Cales accorse in difesa di Turno contro Enea. A Roma diede i consoli Fufio Caio Gemino e Marco Vinicio che sposò Giulia Lavilla, sorella di Caligola e figlia di Germanico (Dione Cassio ricorda che morì avvelenato per mani di Messalina), il tribuno Fufio Quinto Caleno che difese Cesare e Clodio contro Cicerone. Poi Vinicio Marco Seniore che Augusto mandò come console in Pannonia e suo figlio Publio inviato come prefetto in Oriente.
Inoltre, secondo il Mommsen, (Storia di Roma, IV p. 244), a Cales nel 270 a. C. nacque Gneo Nevio, autore del Bellum Poenicum e di famose Fabulae Atellane. Nemico dei patrizi, stimava la libertà più del denaro. Cittadino “onorario” di Cales fu il grande Cicerone. Diversi caleni si guadagnarono la sua amicizia e lo stesso Cicerone lo riconosce più volte nelle sue Lettere ad Attico e nelle sue Lettere Familiari. Particolarmente interessante è la lettera che Cicerone scrive a Dolabella in favore di due nobili di Cales fatti prigionieri da Cesare presso la città di Munda in Spagna: Gaio Suberino e Marco Planio Sterede. I due caleni, vengono considerati da Cicerone suoi “Familiari” ed il Municipio caleno viene definito “amico”. Cicerone chiede all’amico Dolabella il favore di farli ritornare in patria, a Cales, pregandolo che per mezzo suo, “possa soddisfare al desiderio del municipio Caleno, col quale io tengo stretta amistà”.

La città di Cales, circondata da mura in opera quadrata a blocchi di tufo, aveva almeno sei porte urbiche ed un fossato di difesa, profondo dai 20 ai 30 metri. Nel III a.C. inizia anche a battere moneta con legenda “caleno”. Catone nel «De Agri cultura» attesta l’esistenza a Cales di un’industria di strumenti agricoli. Strabone (Geografia V), Plinio (Naturalis Historia III), Giovenale (Satire I), Orazio (sia nelle odi I e IV che nelle satire I e IV) e Frontino (De Acquaeductus), invece, parlano dei suoi vini e delle sue acque. Ma era nota nel mondo romanizzato anche per le sue botteghe artigiane e per la sua produzione coroplastica e di ceramica a vernice nera.

Le sue origini si perdono nella leggenda. Un tempo fu abitata dagli Ausoni. Intorno al 2500 a. C. Cales fu una delle città più importanti di questo popolo. Secondo una leggenda riportata da Silio Italico (Punica XII) e Festo (Ep.), essa sarebbe stata fondata da Calai, figlio della ninfa Orizia e di Borea, uno dei mitici eroi della spedizione degli Argonauti. Intorno al IX sec. a. C. a Cales arrivarono gli Etruschi e poi i Sanniti: lo testimoniano la presenza in loco di ingegnose opere idrauliche per il drenaggio delle acque come il cosiddetto “Ponte delle Monache”.

Cales fu conquistata dai Romani nel 335 a. C. La sua conquista è narrata da Tito Livio nell’VIII libro delle sue Storie. Il pretesto per l’intervento romano fu originato da una guerra che i Caleni, uniti ai Sidicini di Teano, avevano mosso contro gli Aurunci alleati di Roma. I romani attaccarono Cales all’improvviso, durante il periodo delle feste saturnali. Tito Livio racconta che Marco Valerio Corvo era stato avvertito dello stato di ubriachezza dei caleni da un certo Marco Fabio, prigioniero romano dei caleni, il quale, spezzate le catene, raggiunse l’accampamento romano. Per la presa di Cales, a Marco Aurelio Corvo vennero decretati gli onori del trionfo e la menzione nei Fasti trionfali del 335 a. C. (il Senato li concedeva solo a chi avesse ucciso in battaglia almeno 5000 avversari). L’anno dopo, a Cales furono inviati 2500 coloni e la città divenne la prima colonia di diritto latino in Campania (Vell. Pat. I).

Da un passo di Tacito (Ann.VI) sappiamo che Cales nel 267 fu sede di questura. Quando infatti il Senato di Roma nel 267 a. C. dispose l’istituzione in Italia di quattro questure, una di queste ebbe la sede proprio a Cales (Tacito, Annales). Teodoro Mommsen scrisse testualmente che «… il secondo di questi magistrati fu destinato a vigilare da Cales, allora capitale della Campania romana, sui porti della Campania e della Magna Grecia». Cales del resto tra il 216 ed il 215 a. C. fu la sede del quartier generale delle forze romane operanti in Campania. E nel suo ager, durante la Seconda guerra punica, si svolse il famoso episodio di Annibale ricordato da Tito Livio nel XXII libro delle sue Storie: Per sfuggire ai Romani di Quinto Fabio Massimo detto “il Temporeggiatore”, Annibale radunò numerose mandrie di buoi sulle cui corna fece legare delle sterpaglie. Poi, appena scese la notte, comandò di dar fuoco alle fascine e spingere i buoi verso Fabio Massimo che, rinforzò la guardia e non si mosse dalle sue posizioni. Intanto, l’esercito cartaginese si allontanava in silenzio. Nel 216 a. C. assisté all’umiliazione di Capua. Quando infatti Fabio Massimo espugnò Capua, i Romani si comportarono peggio dei nazisti: dei 53 senatori capuani caduti nelle loro mani, 23 vennero condotti in catene a Cales e 28 a Teano. Poi nel foro di queste due città, saranno più tardi ridotti in fin di vita a vergate e decapitati dal console Quinto Fulvio Flacco. Per questo Cales si rifiutò di dare altri soldati a Fabio Massimo e Fulvio Flacco nella guerra contro Annibale e Roma la punì duramente: per ben 33 anni, fino al 177 a.C., i suoi legati non furono ricevuti dal senato romano.

Dalle “Familiari” di Cicerone invece, sappiamo che Cales nell’81 a. C., durante la guerra tra Mario e Silla, parteggiò per Silla e questi per riconoscenza la elevò alla dignità di Municipio. Appiano, infine, storico greco del II sec. d. C, esaltò i cittadini di Calvi per aver difeso armi in pugno il cavaliere caleno Zittio, condannato a morte da Antonio, Ottaviano e Lepido. Ai centurioni inviati a Cales per ucciderlo fu proibito l’ingresso in città. Questi anni (dal II sec. a.C. al I sec d.C.) furono i più importanti di Cales, poi arrivò una lenta, ma inarrestabile decadenza.