L’antica chiesa di San Cataldo a Roccaromana

Nel XV secolo Roccaromana era un fiorente paese, nonché il principale della Baronia con tanto di Camera baronale e giurisdizione di cause civili, criminali e miste. La prima piccola chiesa sembra essere stata dedicata alla Vergine Maria Annunziata, come la chiesa monumentale adiacente all’ex ospedale fuori le mura che allora recintavano il borgo.

Il patrono a quei tempi era San Michele Arcangelo il cui culto si diffuse sotto la dominazione dei Longobardi devotissimi al Santo guerriero. Testimonianze di tale devozione sono il cappellone a lui dedicato nella chiesa della Santissima Annunziata adiacente all’ex ospedale, la chiesa parrocchiale nella frazione Santa Croce e la grotta sul Monte Melanico, al cui interno vi erano due altari, entrambi costruiti prendendo a modello la grotta del Monte Gargano: uno di proprietà del comune di Liberi e uno del comune di Roccaromana.

Nel 1543 Lucrezia Arcamone, vedova di Annibale di Capua, comprò il feudo di Roccaromana che fino a quel momento, sin dai primi anni del quattordicesimo secolo, fu, come già detto, il principale paese del circondario. A quel tempo l’odierna chiesa parrocchiale di San Cataldo era Curia baronale e l’Arcamone promosse molti lavori di restauro e anche molte riforme furono fatte per l’ammodernamento architettonico, sociale e politico del paese.

Sappiamo, da molte fonti, che tutta la famiglia Arcamone era devotissima a San Cataldo, vescovo di Taranto durante il VII secolo, e fu essa a portare la devozione a Roccaromana. Gli dedicò in quegli anni la vecchia Curia baronale e la elevò a chiesa prima e successivamente a sede parrocchiale come riportato nel censimento dei fuochi del 1665.

L’originaria cappella, ricadente nelle mura del palazzo baronale, fu inglobata in cornu evangelii dell’altare maggiore della nuova chiesa nel 1543, come riportato nella monografia storica di Ricciardi. Qualche informazione circa le dimensioni e le caratteristiche della chiesa fatta costruire dall’Arcamone in questi anni arriva a noi grazie all’opera di Don Antonio Rossi, parroco di Roccaromana dal 1933 al 1958. Egli ricopia l’originale inventario redatto nel 1728 dall’allora parroco Don Giovanni Paccante.

Chiesa Madre di San Cataldo vescovo in Roccaromana

La chiesa si trovava nel luogo detto Terra di San Cataldo adiacente al palazzo baronale ed aveva due ingressi, uno sotto il campanile posto a mezzogiorno e l’altro, il principale, posto a settentrione che guardava verso il palazzo Perrotti-De Ponte. Sull’ingresso principale della chiesa vi era un affresco raffigurante San Cataldo che impartisce la benedizione. Lunga 68 palmi e larga 22, era chiusa a volta con arcata centrale sulla quale vi era impresso lo stemma del comune di Roccaromana che, nella parte dello scudo a fasce argento e rosso, è presente anche sulla facciata della cappella di San Sebastiano.

Sul lato destro dell’ingresso principale vi erano due cappelle, quella delle Anime del Purgatorio sotto il titolo della Madonna delle Grazie e quella dedicata a Sant’Anna di patronato della famiglia Di Tommasi. A sinistra invece vi erano le cappelle dedicate a San Giuseppe e al Corpus Domini. Al di sopra dell’altare Maggiore, che era sopraelevato rispetto al pavimento della restante parte della chiesa, vi era un quadro raffigurante la Madonna con in braccio il Bambino e ai lati San Cataldo e San Carlo Borromeo. Sul pavimento della chiesa vi erano sei lapidi sepolcrali, due si trovavano nella cappella del Corpus Domini e contenevano le spoglie dei confratelli di questa antichissima confraternita andata perduta nel corso dei secoli, una conteneva le spoglie mortali dei confratelli della congregazione delle Anime del Purgatorio, un’altra di giuspatronato della famiglia Rinaldi, una della famiglia Ambrosi e l’altra per il popolo tutto.

Effige lignea di San Cataldo realizzata dal professore Giovanni Antonio Colucci di Napoli nel 1733
Effige lignea di San Cataldo realizzata dal professore Giovanni Antonio Colucci di Napoli nel 1733

Nella chiesa vi era anche, dentro una nicchia ornata di stucchi, una statua lignea raffigurante San Cataldo vescovo ma non è quella che conosciamo e custodiamo oggi nell’attuale chiesa madre di Roccaromana, perché quest’ultima è stata realizzata nel 1733. È quindi lecito pensare che nell’antica chiesa ci fosse una statua andata poi perduta o rovinata nel corso degli anni, tanto che si è avuta la necessità di commissionare la realizzazione di una nuova statua lignea presso la bottega del Professore Giovanni Antonio Colucci di Napoli.

Sempre nella chiesa in cornu evangelii dell’altare maggiore, su un arco di travertino, via era lo stemma della famiglia Arcamone-di Capua, presente anche su una pietra posta alla base del campanile, come Ricciardi scrive nella sua monografia storica. Nell’altare maggiore vi era anche una piccola nicchia chiusa da una porticina dorata apribile con delle chiavi in argento e contenente il Santissimo Sacramento. La chiesa non era molto ricca di stucchi, né di ornamenti né di beni preziosi; probabilmente l’unico tesoro ivi custodito, dopo la grazia emanata dal Santissimo Sacramento, era la statua lignea di San Cataldo e la reliquia del Santo taumaturgo irlandese voluta qui a Roccaromana dalla stessa Lucrezia Arcamone.

Sappiamo che la primitiva chiesa veniva considerata artisticamente poco rilevante, ma nonostante ciò prima di abbatterla e di edificarne una nuova si tentò, già nella seconda metà del XIX secolo, di ampliarla e migliorarla senza intaccare l’originario impianto. Dopo vani tentativi dell’allora ingegnere incaricato dell’opera, si decise purtroppo di abbatterla e di costruirne una più grande distruggendo parte del palazzo baronale e del giardino e inglobandone gli spazi adiacenti. Sono andati persi l’affresco di San Cataldo, posto sulla facciata principale, lo stemma dell’Università – odierno Comune di Roccaromana – lo stemma della Arcamone e l’originaria effige di San Cataldo.

Supposizioni farebbero pensare che Lucrezia Arcamone avesse voluto farsi seppellire nella chiesa di San Cataldo da lei tanto voluta e finanziata; è possibile che i resti della tomba della donna siano ancora nascosti sotto l’attuale e più moderna chiesa di San Cataldo. I documenti dell’archivio parrocchiale avrebbero potuto aiutarci in tal senso; purtroppo essi sono andati perduti nel corso degli ultimi decenni a causa dell’incuria dei sacerdoti e dei loro più stretti collaboratori.

Bibliografia
  • R.A. Ricciardi, Monografia storica, 1885.
  • Appunti privati di Mons. Antonio Rossi.