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Una visita pastorale di Mondillo Orsini da Solofra, Arcivescovo di Capua, nel casale di Caturano

  • Storia

Vincenzo Maria Orsini, Arcivescovo di Benevento, salito al trono Pontificale il 29 maggio 1724 sotto il nome di Benedetto XIII, apparteneva a quella nobile casata dalla quale sono usciti molti uomini assurti poi alle più alte gerarchie della Chiesa. Domenico Orsini, fratello di Benedetto XIII, aveva sposato Ippolita Tocco e dal loro matrimonio, a Solofra, il 22 luglio 1690, nacque Raimondo, meglio noto con il vezzeggiativo di Mondillo. Questi fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1713 e alla “Sapienza” di Roma si laureò in utroque iure. Nel 1724 fu elevato alla Chiesa di Corinto e nello stesso anno fu consacrato vescovo dallo zio pontefice. Nel novembre dell’anno 1721 ottenne la cattedra delle diocesi di Melfi e Rapolla. Nel marzo 1728 fu promosso Arcivescovo di Capua ove si portò, con solenne ingresso, il 28 aprile successivo. A distanza di un anno, esattamente il 23 marzo 1729, Benedetto XIII gli conferì il titolo di Patriarca di Costantinopoli. Invano egli aspettò la nomina cardinalizia, mai accordata dallo zio pontefice, contrario al nepotismo imperante.

Nel 1743 Mondillo presentò le dimissioni dal governo episcopale di Capua e morì agli inizi del febbraio 1751. Durante il suo episcopato fu coadiuvato da ben tre vicari generali: Matteo de Robertis (1663 -1733) nativo di Giffoni; Antonio Manerba, Vescovo di S. Angelo dei Lombardi (1735-1761) e Giuseppe Bucarelli, Vescovo di Termoli nel 1769.

Anche il capuano Mons. Francesco Granata, l’autore della Storia civile della fedelissima città di Capua (Napoli 1756), e della Storia Sacra della chiesa Metropolitana di Capua (Napoli 1766), durante l’episcopato di Raimondo Orsini svolse notevoli incarichi da pro Vicario. Proprio nel documento che segue troviamo lo storico capuano interessato nella singolare vicenda della quale andiamo ad occuparci.

Tra le numerose parrocchie soggette alla giurisdizione ecclesiastica di Capua si trova quella di S. Marcello Martire del casale di Caturano, un piccolo paese oggi frazione del Comune di Macerata Campania, all’epoca con poco più di cinquecento anime a poche miglia da Capua. A Caturano governa la “parrocchial Chiesa di S. Marcello” il curato Don Domenico Rocco.

Il 17 luglio 1734 una folta delegazione di parrocchiani di Caturano si reca a Casapulla nella residenza estiva di Mons. Francesco Granata a protestare a viva voce e con un feroce libello, articolato in 20 gravi capi d’accusa, contro il loro Parroco Don Domenico Rocco. I firmatari dell’accusa espongono al pro Vicario Granata le numerose malefatte del Parroco che, come dicono i parrocchiani, vedono in lui “non un Padre ma un Turco”. L’esposto, estremamente duro, è maturato dopo lunga sopportazione di soprusi e angherie d’ogni genere. Sentiamo cosa dicono del loro Parroco i cittadini di Caturano:

Primo: che fin dall’hora che prese possesso detto R.do D. Domenico Rocco di S. Marcello Martire Parrocchia del Casale sud. o i poveri cittadini han conosciuto non un Padre per loro superiore, ma un Turco senza pietà, mentre da niuno si può dire d’haverne ricevuta una lemosina o un atto di carità, anche per quello, che era obbligato per giustizia.

Secondo: che detto R.do Paroco in tutto detto tempo ha tenuta per legge inviolabile, che nel battezzare i bambini dovevaseli portare una candela, e la gallina, ed in caso che figli de’ poveri ed impotenti n’esigge l’equivalente. Domenico Maccariello e Nicola Martucci, ed altri, per tale da fare, sono venuti a contrasti con il D.o R.do Paroco.

Terzo: che detto R.do Paroco per li cadaveri delle persone povere in usanza esigge carlini otto, ed in mancanza di danaro pronto non permette, che in Chiesa si sonino le campane, se prima non se li porti un pegno, quale per d.o effetto deve essere almeno di natura carlini venti.

Quarto: che a vergogna a dirsi in questa linea di pegni d.o R.do Paroco quanta ne tenghi in sua casa, e di che qualità siano per insino la mante e lenzuola di letti, e da una povera donna che era stata inferma nell’Hospidale di Marcianesi si prese la manta per il jus funeris.

Quinto: che essendo forzati i Poveri Cittadini a portare i pegni di cose più necessarie di vesta e di cucina e poi se qualche persona porta la summa che deve, ne meno d.o Paroco li vuole restituire il pegno ma se lo ritiene per cautela di qualche ha da venire o per via di decima, o di cadavere.

Sesto: che d.o R.do Paroco esigge per le fedi di Matrimonio per insino a carlini nove, stante per alcuni aggiunge la fede da sponsali e si fa pagare l’interrogatori commessali dalla Corte Arci.le, ne le consegna a poverelli senza denaro, o senza pegno.

Settimo: che per la decima se li deve ogni anno per giustizia in questo corrente anno 1734 esso R.do Paroco s’ha dare per esatte e vendute ad uno scrivano per fare arrestare i poverelli impotenti e desiderosi solamente di un poco di tempo per sodisfare mentre al presente non corre fatica de’ lagni, né altro mestiere che perciò ne sono molti ricorsi ai piedi dell’ E. V. per ottenere qualche poco di dilazione per non vedersi carcerati.

Ottavo: che d.o R.do Paroco per l’affare delle decime è tanto severo e rigoroso, che non perdona a chi che sia e se si deve portare grano rosso fino, netto e giusto e perché nell’anni passati Bartolomeo Stellato portò la decima di grano e non fu del genio del detto Reverendo Paroco con grida ne lo mandò indietro, ma osservato il grano dall’ill.mo quondam Vicario Ruberto e considerata la povertà del supplicante non ce lo fece pagare, ma nell’anno seguente fu eseguito per l’una e per l’altra.

Nono: che li cittadini di detto Casale per vivere e ricevere li SS. mi sacramenti anche nel tempo Pascale sia stato necessario andar vagando per Paesi convicini a dar fastidio ad altri confessori, e detto R.do di Rocco sempre casa all’ultima hora e se confessa qualche persona, subito, con la scusa d’orinar, non si vede più per confessare.

Decimo: che per l’infermi Dio sa quante circostanze, e cautele, patti e preghiere bisogna portarlo in casa, e con pazienza sopportare le parole di detto Rev.do Paroco e la madre a chi lo chiama per qualche estrema necessità e Dio ci liberi se succede di notte.

Undecimo: che per tutto il tempo è stato detto R.do Paroco nel Casale suddetto sono cessate tutte le devozioni introdotte dalli Reverendi Parochi antecessori come a dire coronella di sette dolori, quella delle cinque piaghe, la Letania il sabato a sera, il Rosario nei giorni feriali ed altre.

Duodecimo: che detto Rev. do Paroco è levato affatto il lodevole uso di pubblicare i morti compiscono nella settimana conforme si fa da culto per dar suffragio all’anime de’ defunti.

Decimoterzo: che d.o R.do Paroco non interviene alle Processioni necessarie che sono senza paga o lucro, e per causa sua sono cessate molte Processioni solite a farsi, e poi alle Processioni vi è l’utile sempre di, e non sia impedita come alle prime.

Decimoquarto: che stando in detto Casale l’uso inveterato di cantarsi l’ufficio nella nascita del Bambino Gesù perché detto Paroco voleva essere pagato senza intervenirci si è levato.

Decimoquinto: che si vede un continuo scandalo nella Chiesa, mentre il Paroco non vuole mettere un poco di vino per la messa e nelle domeniche si siede sull’altare nel mentre predica e, fa smorzare le candele che non si è veduta osservare nell’altre parti.

Decimosesto: che detto R.do Paroco fa dell’avaro anche con il SS. mo Sagramento mentre nella notte non si tiene la lampada accesa e nella sera o ne pone poca quantità d’olio, o lo smorza ed il tutto è stato osservato da Marco Antonio Riccio allorché stava fuggiasco in detta Chiesa.

Decimosettimo: che il detto R.do Paroco non fa sonar le campane nel Battesimo, morte o matrimonio senza il pegno almeno e di persone misere.

Decimottavo: che detto R.do Paroco, non ha speso un quadrino per beneficio de la Chiesa e non ha seguiti i decreti ordinateli nelle sante visite e signatamente nell’anno 1725 di settembre.

Decimonono: che li cittadini havendo fatto più volte ricorso a’ superiori affine detto bene vengono elevati a favore pure d.to R.do Paroco non si fosse intromesso più per il governo della Cappella, sebbene tengono decreti a favore, pure d.r.do Paroco senza riguardo neppure alle costituzioni sinodali da se ha fatto spendere in quest’anno alla detta Cappella da sessanta docati in circa senza licenza dell’Ordinario, ma con l’assertiva, che esso era il padrone della Chiesa, e pure è vero, che esso non ha voluto
spendere un carlino per la Chiesa, almeno per far biancheggiar un pilastro.

Vigesimo: che detto R.do Paroco ad una donna vicino al parto chiese la confessione in Chiesa, ne la mandò con ingiurie, come à solito di fare a tutti e finalmente si prese il pegno per il cataletto della povera Giovannella Fasulo e per mancanza di quattro cavalli non volle restituire il pegno, e nel parto della moglie di Gennaro Fasulo non voleva battezzare il Bambino senza il solito da esso inventato, e stando la necessità lo battezzò, indi volle a forza una pollastrella portata all’inferma poverissima per carità.

Vi sarebbero molti altri capi de’ particulari e criminali ma si tralasciano, ed in tutto si rimettono all’innata bontà e giustizia dell’ Ec.za Vostra.

Il grave episodio, che ha messo “sottosopra” il casale di Caturano, giunge a Mons. Mondillo Orsini il quale “mosso da un sommo zelo verso quelle pecorelle per tema di non vederle maggiormente disperse” decide di recarsi di persona nel Casale. Sebbene in cattiva salute l’Arcivescovo Mondillo il 6 agosto 1734 è in Caturano unitamente all’Arcidiacono Granata e Don Bonaventura Morelli, uditore nella chiesa maggiore di Capua. Dopo aver effettuata la visita, Mons. Orsini è stato costretto ad emettere un duro documento nei confronti del poco caritatevole parroco, racchiuso in 13 capi, nel quale consiglia di porre sempre “Dio la Giustizia e la Carità avanti agli occhi”.

Nei dettagli , il decreto di Mondillo Orsini prescrive a Don Domenico Rocco quanto segue:

I) Che il R.do Paroco tenghi due Calici d’argento indorati per servizio suo e de la Chiesa con due Patene, con veli e Borse di tutti i colori secondo i tempi e queste debbano esser nuovi, o rinnovati fra lo spazio di un mese.

II) Che s’indori il Calice, La Patena della Cappella del SS. Rosario fra lo spazio di quindici giorni, che si accomodino i Corporali, ed il R.do Paroco non abbia a tenerne meno di sei politi e bene accomodati in Sagrestia.

III) Che tenghi sempre all’ordine sei Porificatori di un palmo in circa ognuno e fra lo spazio da un anno faccia un Piviale e due tonacelle per uso della Messa Cantata e di altre sagre funzioni.

IV) Che ogni mattina tenghi almeno otto ostie fresche nel Cassettino ed abbia all’alba ad empire le Carrafine di vino tenendo anche sempre pronto in Sagrestia in un luogo secreto un altro vaso pieno di vino per dovere rifondere all’ampolline se mai mancasse il vino per il Santo Sacrificio.

V) Che accomodi bene le Pianete a Noi esibite sospendendo sempre tutte l’ altre non esibite e tenghi la provista almeno di quattro buoni camici, e tutte le biancherie suddette siano all’ordine tra lo spazio di venti giorni.

VI) Che fra otto giorni facci otturare a sue spese le fissure e buchi della Chiesa Parrocchiale e face imbiancare dove necessita.

VII) Che nelli Battesimi, Matrimoni e Sepolture così de’ Benestanti come de’ Poveri abbia sempre a sonar le Campane o vi sia o non vi sia lucro o donativo per mezzo che possa forzar la gente per la contribuzione della gallina, ma riceverla solamente spontaneamente.

VIII) Che nei Matrimoni non possa esiggere altro diritto, che per la fede delle pubblicazioni, e del Battesimo, e se sarà vedovo lo sposo, o la sposa anche per la fede della Morte.

IX) Che debbia publicare nei giorni soliti i defonti del Paese e nel publicarli raccomandi ai fedeli darli qualche suffragio.

X) Che debbia ad ora propria nei giorni praticati nell’altre Chiese Parrochiali recitare col Popolo il Rosario. Litanie, la Coronella dei sette Dolori, di S. Michele Arcangelo ed altri atti pii.

XI) Che sia più assiduo e caritativo nel Confessionale, e che la notte accorra con maggior fervore all’ infermi.

XII) Che debba fra due giorni restituire tutti i pegni che tiene per causa de’ funerali, o sia jus stole, come anche i pegni che tiene della gente poverissima del Casale per causa di decime.

XIII) Che debba fra lo spazio di otto giorni di versare docati venti di limosina, cioè docati cinque alli poveri di Catorano, docati cinque alle Cappuccinelle, seu trentatre di S. Maria Maggiore, docati cinque alli Padri Scalzi di S. Marco, ed altri docati cinque alli poveri Padre di S. Filippo Neri. Il tutto si facci prontamente e secondo il termine prefisso, altrimenti si destinerà da noi persona idonea per adempire tali case ordinate a spesa di esso Paroco, e si procederà a quelle pene, che a noi pareranno opportune in ogni caso di controvenzione.

Malgrado le ingiunzioni episcopali il curato persevera nella sua azione. Il 17 agosto, nel solito palazzo di Mons. Granata in Casapulla, si portano Colonna e Giovannella Stellato, “madre e figlia”, per ricorrere “ai piedi dell’innata gentilezza”, ad implorare un intervento a loro favore contro la pretesa del Parroco di Caturano, il quale, per “suoi capricci” ha dato il via, tramite corte legale, al recupero di dodici carlini, somma questa che rappresenta l’interesse maturato sopra alcune operazioni commerciali non meglio specificate. Le due donne non nascondono che il curato non tiene in gran conto gli ammonimenti dei superiori, i quali, secondo il rettore, lo “fanno per burla”. Di opinione contraria sono, invece, i prelodati superiori. Il 21 agosto seguente il Curato deve ammettere di aver soddisfatto e quietato le due donne di Caturano.

Le visite in Casapulla in casa di Mons. Granata si succedono con inusitata frequenza. Anche Antonia di Giovanni deve ricorrere all’autorità del pro Vicario per sottrarsi alla cupidigia di Don Domenico Rocco. Un affitto di ventotto passi di terra, già stipulato con il marito di Antonia, frattanto deceduto, per l’annuo canone di ducati sette e tarì due, spinge il Curato a pignorare “un paro di fioccaglie d’oro”, affettuoso ricordo del patrimonio corredale rimasto ad Antonia. Da qui la supplica della vedova di Caturano per vedersi restituire il paio di orecchini d’oro, unico dono di un matrimonio troppo presto svanito.

Da Caturano parte anche Beatrice Stellato per implorare giustizia all’alto prelato capuano. A Mons. Granata, Beatrice espone come in occasione della morte della madre il curato pretese in pegno un “gippone di mercato turchino nuovo” del valore di sette ducati per il diritto di “stola nera” praticato per la sepoltura dei defunti. La poveretta al momento della richiesta di restituzione del “gippone” si sentì rispondere dal Parroco che il prezioso indumento era andato “in polvere”. Ma Beatrice non è convinta della “polverizzazione” capitata al suo capo d’abbigliamento. I dubbi, alla fine, si rivelano fondati anche perché la sorella del curato è stata vista girare per il paese con un elegante “busto” che copre i suoi fianchi, identico alla stoffa del “gippone”.

Orsola Stellato si è vista “pignorare” una caldaia di rame, una “sartaggire” (padella), una catena di ferro ed un “corpetto”. I continui soprusi del curato spingono i fedeli della Parrocchia a portarsi ancora una volta nella Curia Arcivescovile di Capua a rinnovare le preghiere al Patriarca Mondillo, anche perché continuano i “gravi inconvenienti che si accagionano dal Parroco contro i Poveri del Casale” e che “fin’ora non si è veduta l’esecutione di verun ordine” proclamato dal Palazzo Arcivescovile.

La perseverante condotta del pastore di Caturano induce, questa volta, l’Arcivescovo Orsini ad usare mezzi più convincenti. Il pro Vicario Francesco Granata il 18 agosto, sempre dalla residenza di Casapulla, nella quale è nota la sua permanenza nel periodo estivo, quell’anno rovinata dalla condotta tenuta da Don Domenico Rocco, finalmente adotta provvedimenti più incisivi. Al recalcitrante curato verrà subito comminata una pena pecuniaria di ducento ducati se per il sabato 21 agosto non avesse ottemperato a tutti i decreti dell’Arcivescovo Orsini. Colpito nel vivo Don Domenico subito si precipita a S. Maria Maggiore ove si trova Mons. Mondillo. Qui, umilmente, gli porge una sua petizione ove si proclama “non reo di verun delitto”. Le accusa a suo carico sono partite da alcuni “malevoli” e non hanno trovato riscontro nella istruttoria di don Bonaventura Morelli il quale, come si era in precedenza detto, doveva informarsi compiutamente dei fatti lamentati unitamente con il sig. Canonico Pratilli. È singolare l’episodio di Caturano che vede in questa vicenda la concomitante opera pastorale di due storici capuani: Francesco Granata e Francesco Maria Pratilli. Don Domenico Rocco con il suo intervento è riuscito a far breccia nel cuore di Mons. Mondillo. Questi, infatti, il 21 agosto 1734 prega Mons. Granata di “usare qualche indulgenza sulle limosine delli docati venti”. Forse i venti ducati destinati alle elemosine ai poveri di Caturano il curato riuscì a risparmiarli, ma, nello stesso tempo, dovette adempiere a tutte le altre prescrizioni, e queste furono meticolosamente elencate.

Don Domenico, alla fine, assicura che tutti i pegni “causa funeris” sono stati restituiti ai legittimi proprietari e molti poveri si sono visti donare le decime. Ma il più fortunato fu Marcello Friello che si vide restituire trentanove carlini a titolo di elemosina a causa degli affitti del territorio del Curato, e anche la chiesa potè godere delle disposizioni di Mons. Orsini. I sacri oggetti furono tutti indorati, le vesti sacerdotali “risarcite” (rattoppate), fu acquistata una pianeta “negra di Damasco” e tante altre cose, così come indicate nella Visita del Patriarca e Arcivescovo Orsini. La Chiesa, rifatta in più parti e pitturata, finalmente, nei sabati si animò nuovamente con preghiere e canti e ritornò la devozione alla Beata Vergine Maria con il canto delle Litanie. Sicuramente un sospiro di sollievo fu tirato dai fedeli, che non risparmiarono sante benedizioni al loro amato Arcivescovo Mondillo Orsini, premuroso e sollecito alle preghiere delle sue amate pecorelle di Caturano.


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